
Dissolvenze
“La divergenza tra la realtà e il mio ricordo non mi stupiscono. Non sono mai stato un buon osservatore”. Peter Zumthor, Pensare architettura
“Tutti i migliori designer strizzano gli occhi quando guardano qualcosa.” John Maeda, Le regole della semplicità
“L’oblio è una delle forme della memoria.”Jorge Luis Borges, Elogio dell’ombra
E’ esattamente così: io non sono un buon osservatore. Anzi, la mia capacità (il cosiddetto “spirito”) di osservazione è praticamente nulla (se non per le persone, di cui noto solo i dettagli). In un cantiere in costruzione vago da un posto all’altro, anche abbastanza velocemente, mi immagino le cose, le scene, la vita, cerco di percepire il rapporto che ci sarà con ciò che vi è intorno. Non vedo, sento (o cerco di sentire). Non noto nulla di particolare (sono un pessimo controllore dei lavori), mi interessa la sensazione, l’atmosfera o il senso generale). Sono miope (molto) e questo, paradossalmente, non mi disturba, non mi limita, anzi: l’indefinitezza della vista favorisce questo stato di coscienza e predispone ad una diversa qualità del ricordo. Questa consiste in una strana mescolanza tra la memoria del luogo e quella dello stato d’animo (ciò che, appunto, potrebbe essere la definizione di atmosfera), in cui i due termini si sovrappongono influenzandosi reciprocamente.
Ciò che appartiene ad una buona architettura è proprio quella qualità di renderla meno separabile dal luogo, certo, ma anche dal senso presente rappresentato (o contenuto) dagli uomini che la visitano; da un lato la concretezza che deriva da una risposta, tranquilla, ad uno stato di necessità, al suo essere costruzione; dall’altro la sua capacità di indurre il ricordo di sé, a volte come primo piano, a volte come sfondo.
Essa si distingue anche nel rapporto con il tempo. Come la sensazione che provoca di essere “lì da sempre”, in cui l’immedesimazione al contesto (più che la sua fusione) sovrappone la dimensione temporale a quella spaziale. Oppure, a volte, è proprio il tempo a conferire con la sua patina “quel sentimento di abitazione” di cui parla Zumthor. La buona architettura è quella che riesce ad anticiparne l’effetto.
Dunque: i buoni designers guardano alle cose strizzando gli occhi, perché si fondano con il contesto, non si sovrappongano ad esso, ma ne facciano parte. Ma quando progettano? Conservano la stessa indeterminatezza?
Io non sono un buon controllore dei lavori fatti, eppure sono un ottimo analizzatore dei disegni costruttivi. Sembra che tutta la precisione, la definizione che mi manca ad opera realizzata, preferisca investirla nel progetto. Non riesco a non sentirmi costretto a sviluppare questo o quel dettaglio, come nella programmazione di un’inevitabile reazione a catena. Devo sapere che la costruzione può funzionare, che sia almeno possibile, realizzabile, utilizzabile. A volte scambio questa sorta di pignoleria per insicurezza. Altre volte avverto su di me l’attrazione sensuale del dettaglio: è come se solo alla scala del particolare che si può sfiorare, manipolare, che assume una sua “fisicità” (per funzione o contatto con noi), il progetto possa prendere corpo.
Penso che questo rapporto tra definizione e in-definizione, tra chiarezza e vaghezza, che è altra cosa rispetto a quello tra profondità e superficialità, sia molto importante. Ci permette di osservare il progetto da scale diverse, contemporaneamente. E probabilmente, attraverso la memoria, anche da tempi diversi.
Giancarlo Artese